Il 14 gennaio 1926 un decreto-legge stabilì la nascita della Grande Genova:
«I comuni di Apparizione, Bavari, Bolzaneto, Borzoli, Cornigliano Ligure, Molassana, Nervi, Pegli, Pontedecimo, Prà, Quarto dei Mille, Quinto al Mare, Rivarolo Ligure, San Pier d’Arena, San Quirico, Sant’Ilario Ligure, Sestri Ponente, Struppa e Voltri sono riuniti nell’unico comune di Genova.»
Diciannove comuni, con amministrazioni, territori, economie e identità differenti, furono aggregati a Genova. Il nuovo assetto divenne operativo il 1° luglio 1926: il territorio comunale si moltiplicò per sei e la popolazione passò da circa 335.000 a 580.000 abitanti. Genova diventò una metropoli di mezzo milione di persone e la quinta città italiana.
Il regime fascista trasformò questa condizione territoriale in un’unica realtà amministrativa attraverso una decisione presa dall’alto, senza un processo democratico e senza interpellare le comunità coinvolte. La nuova dimensione della città divenne anche uno strumento di propaganda: una Genova più estesa, popolosa e industriale doveva rappresentare l’efficienza e la modernità rivendicate dal fascismo.
Il decreto soppresse i confini amministrativi, ma non cancellò le differenze.
Voltri, Prà, Pegli, Sestri, Cornigliano, Sampierdarena, Rivarolo, Bolzaneto, Pontedecimo, Struppa, Nervi e gli altri territori conservano ancora oggi centri, paesaggi, memorie e forme di appartenenza proprie. In alcune zone si continua persino a dire «andare a Genova» per indicare lo spostamento verso il centro: un’espressione quotidiana che racconta quanto a lungo possano sopravvivere i confini mentali dopo essere stati cancellati dalle carte.
La Grande Genova è nata come unificazione amministrativa, ma è rimasta una città plurale: lineare e insieme ramificata, distesa lungo la costa e risalita nelle valli, composta da territori che non sono diventati indistinguibili per il solo fatto di appartenere allo stesso Comune.
Teatri mobili per la Grande Genova
A cento anni dal decreto, Teatri mobili per la Grande Genova attraversa nove municipi per interrogare la storia e il presente della città.
Il progetto prende avvio a Villa Bombrini, a Cornigliano, uno dei diciannove comuni citati nel decreto e uno dei luoghi nei quali le trasformazioni industriali e infrastrutturali hanno inciso più profondamente. Il percorso prosegue attraverso Villa Scassi, Voltri, Nervi, Struppa, la Val Bisagno, Begato, il Lagaccio, Quarto e la Lanterna. Spettacoli differenti incontrano luoghi, storie e pubblici differenti. Nel 1926 fu l’amministrazione a riunire questi territori dentro un unico confine. Cento anni dopo, il teatro li attraversa uno per uno, riconoscendone le specificità e mettendoli nuovamente in relazione.
Dialoghi d'Arte durante gli spettacoli raccoglierà le testimonianze di spettatrici e spettatori sul rapporto tra i territori degli antichi comuni e la città unificata. Chiederemo a chi li abita o li attraversa di raccontare il proprio legame con questi luoghi, le differenze percepite rispetto agli altri municipi, le tradizioni ancora vive e il significato che assume oggi l’appartenenza alla Grande Genova.
Le voci raccolte confluiranno in una restituzione pubblica nell’ultima giornata del progetto. Non per stabilire una volta per tutte che cosa sia la Grande Genova, ma per comprendere come venga vissuta e raccontata oggi.
Un decreto può tracciare nuovi confini, sopprimere dei comuni e istituire un’unica amministrazione. Ma non può da solo creare una città. Una città prende forma nel tempo, attraverso gli spostamenti, le trasformazioni, i conflitti, le memorie e le relazioni tra le persone.
La Grande Genova fu decretata cento anni fa. Questo progetto prova ad attraversarla, interrogarla e soprattutto ascoltarla.
Qui il programma degli spettacoli
Teatri Mobili nella Grande Genova" è un progetto multidisciplinare di teatro immersivo in cuffia che attraversa i municipi delle aree periferiche genovesi, portando spettacoli professionali site-specific in luoghi simbolici e non convenzionali: parchi storici, creuze, passeggiata a mare, edifici della memoria industriale e resistenziale, scuole e cortili di quartiere.
La metodologia di Teatro Mobile si fonda sull'uso del teatro d'ascolto in cuffia: il pubblico riceve cuffie wireless stereofoniche e partecipa a eventi itineranti o stazionari, ascoltando voci, musiche e testi mentre osserva le azioni dal vivo degli attori negli spazi reali del quartiere. Non esiste fronte-scena: il luogo è al tempo stesso contenitore e contenuto drammaturgico. Il sistema tecnico è completamente autoportante, senza allestimenti fissi, senza generatori, senza impatto acustico esterno, una formula ecosostenibile e ad impatto zero che permette di operare anche in luoghi fragili, tutelati o condivisi.
Il progetto si svolge in collaborazione con altri “teatri mobili” come il Teatro del Piccione e Collettivo Camera Chiara e con l'intervento di apertura e di chiusura della rassegna di Andrea Canziani.
