Pier Luigi Sacco

Docente di Economia


Docente di Economia della Cultura presso IULM, direttore dell’Istituto IRVAPP, Special Adviser del Commissario Europeo all’Istruzione e alla Cultura.

dda4

5.5.2019
Cosa è successo al pubblico della cultura?
Esistono davvero persone che non sono interessate alla cultura?

A partire dall’inizio del ’900, nasce un nuovo regime che è quello dell’industria culturale, nasce tecnologicamente e socialmente in Europa, e per i motivi che sappiamo si sviluppa soprattutto negli USA. Qual è la differenza rispetto al passato? la differenza è che nell’industria culturale non ci sono più dei leader che decidono. Fondamentalmente c’è un pubblico che dice questo mi piace lo compro o questo non mi piace non lo compro. A livello di questo regime di produzione, il regime estetico che gli corrisponde è quello che potremmo definire regime del pubblico, cioè nell’industria culturale l’esperienza di rilevazione ci può anche essere però è chiaro che dal mio punto di vista io posso essere un critico cinematografico e decidere che questa roba qui cinematograficamente è corretta, è sbagliata, eccetera eccetera. Ma quello che in quel momento ha in mente il regista fondamentalmente è il pubblico che ha più o meno sviluppato una certa capacità. Quando un direttore parla di generare un’istituzione che funzioni quell’istituzione non può che funzionare all’interno di un regime mecenatistico pubblico, perché le arti, lo spettacolo dal vivo non possono per definizione essere organizzati in un’industria, non sono basati su quel sistema. […] La grande differenza fondamentalmente tra regime mecenatistico, che nasce e si sviluppa in un contesto pre-industriale, e il regime culturale industriale, è la dimensione del pubblico potenziale. Il punto è che quello che sta succedendo adesso non è andare nella direzione di un ulteriore aumento del pubblico potenziale, più di così non si può. Quello che sta succedendo adesso e ce ne stiamo rendendo conto tutti, è che si sta verificando una progressiva commistione dei ruoli di produzione e fruizione, cioè la nuova produzione non è più basata sull’aumento del bacino potenziale del pubblico, ma sulla progressiva confusione dei ruoli. Il punto fondamentale è che il regime stesso che corrisponde a questo tipo di cosa non è né apprezzamento disinteressato né coinvolgimento, ma è la capacità di connettersi significativamente a un certo gruppo di riferimento. Cioè ciò che oggi è significativo è il fatto che io, non importa con quale come dire ricchezza di informazione formale, non necessariamente perché riesco a coinvolgere le persone in un certo modo, ma riesco letteralmente a stabilire una forma di relazione che prima di quella cosa non c’era. Se ci pensate molte delle pratiche più interessanti dell’arte, persino dell’arte contemporanea –lo spazio pubblico in fondo è la forma di cognizione che è molto legata storicamente a questo regime, a quello del mecenatismo – oggi comincia sempre più a muoversi in questa direzione. […] Noi dobbiamo avere la responsabilità, ma anche l’acutezza, di capire, di pensare che oggi finalmente abbiamo tutti gli strumenti per capire perché la cultura è così importante per noi, e quanta differenza possa fare, quanto sia limitativo considerarci soltanto pubblico o considerare la cultura come ancora continuiamo a fare, perché in un modo o nell’altro facciamo un blend dei primi regimi, considerare la cultura un uso del nostro tempo libero, con tutte le implicazioni del caso.