Marco De Marinis

teatrologo

Professore ordinario di Storia del Teatro e dello Spettacolo nel Dipartimento di Musica e Spettacolo nonchè di Semiologia dello Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna (DMS). 
I suoi interessi scientifici riguardano principalmente: la teoria teatrale; le questioni metodologiche ed epistemologiche implicate dallo studio del teatro; le esperienze teatrali del Novecento, con particolare riferimento ai maestri della Regia, al mimo corporeo e al cosiddetto Nuovo Teatro del secondo dopoguerra; l’iconografia teatrale.
Ha fondato e dirige, dal 1999, la rivista semestrale «Culture Teatrali». Fa parte del comitato di redazione della rivista «Versus Quaderni di Studi Semiotici» e del Consiglio scientifico de «L’Annuaire théâtral» (Montréal, Canada) e di «XXI», diretta da Osvaldo Pellettieri (Universidad de Buenos Aires).
È membro permanente dell’équipe scientifica dell’ISTA, International School of Theatre Anthropology, diretta da Eugenio Barba, con sede a Holstebro (Danimarca).
Dirige collane di studi e ricerche sul teatro presso vari editori e in particolare per la Casa Editrice Bulzoni di Roma. Dal 1 novembre 2001 è Direttore del Dipartimento di Musica e Spettacolo.


Pubblicazioni: Teatro e comunicazione, 1977 (con Gianfranco Bettetini); Mimo e mimi. Parole e immagini per un genere teatrale del Novecento, 1980; Semiotica del teatro. L’analisi testuale dello spettacolo, 1982; Al limite del teatro. Utopie, progetti e aporie nella ricerca teatrale degli anni Sessanta e Settanta, 1983; Il nuovo teatro 1947, 1970, 1987; Capire il teatro. Lineamenti di una nuova teatrologia, 1988; Mimo e teatro nel Novecento, 1993; (a cura di),Drammaturgia dell’attore, «Università del Teatro Eurasiano III», 1997; La danza alla rovescia di Artaud. Il Secondo Teatro della Crudeltà (1945-1948), 1999; In cerca dell’attore. Un bilancio del Novecento teatrale, 2000; Visioni della scena. Teatro e scrittura, 2004.



Il Pubblico del teatro

Negli anni Ottanta ho pubblicato un libro, Semiotica del teatro, dove un capitolo si intitolava "Il lavoro dello spettatore" e voleva dimostrare che non c'è niente di meno passivo del ruolo dello spettatore. Ovviamente la stessa cosa si potrebbe dire del lettore. In realtà lo spettatore a teatro lavora, la sua fruizione è attiva, è fatta di sapere e saper fare, compie una lunga serie di operazioni: da quella percettiva a quella interpretativa e valutativa, alle reazione emotive intellettuali. Nella ricezione a teatro sono messe in gioco, ovviamente a livelli diversi e con differenti esiti, competenze e abilità complesse, ancorché perlopiù implicite; quindi non c'è niente di più sbagliato che identificare spettatorialità e passività, come invece è stato fatto per secoli e oggi più che mai si tende a fare. La citazione da Opera aperta di Eco da cui si è partiti stasera ci aiuta, forse è un po' datata ma resta un lavoro seminale. Opera Aperta è un saggio che già nel '63 ci dice una cosa che oggi può sembrare ovvia, ma che non abbiamo ancora smesso di interrogare in tutte le sue implicazioni, e cioè che l'opera d'arte si offre al nostro indispensabile completamento, anzi lo richiede, e quindi, nell'interpretarla, noi facciamo molto di più che semplicemente leggerla, guardarla, ascoltarla etc.: noi appunto la completiamo, la integriamo, la realizziamo veramente. A ben vedere, l'opera non è che un puro insieme di potenzialità semantiche, intellettuali, emotive e diventa qualcosa di reale solo grazie a noi che la leggiamo, la fruiamo, la interpretiamo. Solo se si instaura un rapporto effettivo tra l'opera d'arte ed il suo interprete, il suo fruitore, essa si realizza veramente, in caso contrario rimane un insieme di pure potenzialità inespresse.

luglio 2016