Marco De Marinis

Il pubblico del teatro

Per fare un passo avanti decisivo verso la comprensione dell'arte bisogna cominciare col prendere atto che l'arte è una delle cose meno democratiche che esistano al mondo. Il grande Arturo Toscanini diceva: bisognerebbe essere democratici nella vita ed aristocratici nell'arte e non il contrario. Uno può scrivere tutta la vita e non arrivare mai a mettere insieme qualcosa di decente, che valga la pena di leggere, se non per la stretta cerchia di amici e parenti, oppure può frequentare una scuola di recitazione per anni e anni e non arrivare mai ad essere un attore che valga la pena andare a vedere a teatro. E lo stesso discorso vale per la musica, per la pittura, ecc... Nessun populista riuscirà mai ad abolire per decreto il privilegio del talento artistico o a estenderlo per autorità a tutti i cittadini. Questa è la prima cosa che va detta. Ma nello stesso tempo, l'arte, come la poesia, è qualcosa che dovrebbe riguardare ogni essere umano. È qualcosa che dovrebbe arricchire ognuno di noi. C'è contraddizione tra le due affermazioni? Cioè tra dire che l'arte è la cosa meno democratica che esista e che, nello stesso tempo, è qualcosa che dovrebbe riguardare la vita di ciascuno di noi? Assolutamente no, perché in questi due casi la parola arte significa due cose completamente diverse. Nel primo caso parlo di arte come creazione, nel secondo caso parlo di arte come creatività. Uno degli errori più perniciosi del nostro tempo è la permanente ed indebita confusione tra creazione e creatività. Con tutti i conseguenti, deleteri equivoci sul fatto che in realtà siamo tutti artisti, tutti possiamo essere scrittori, musicisti, pittori, ecc. e soprattutto attori; insomma, una versione parodistica, caricaturale dell'utopia del giovane Marx, quando nell'Ideologia tedesca lui ed Engels parlano di una società del futuro, liberata, in cui tutti potranno essere - fra l'altro - pittori, musicisti, poeti etc.. I danni prodotti da questa confusione e da questi equivoci sono sotto gli occhi di tutti, in questa epoca di narcisismo esasperato e generalizzato, dei reality show, talent show, Facebook e così via. Insomma la realizzazione della profezia di Warhol (“in futuro ognuno sarà famoso almeno 15 minuti” - 1968), inverata ben aldilà di quanto l'artista potesse immaginare quando la formulò. Detto altrimenti, siamo in un epoca in cui il dilettantismo dilaga e questo in fondo non sarebbe un gran male, dilettantismo ed improvvisazione essendo una delle forme di manifestazione di quella creatività di cui parlavo un momento fa. Quando comincia il problema? Quando tutto ciò va a scapito del lavoro artistico propriamente detto e della sua fruizione, della sua comprensione.

Marco De Marinis è professore ordinario di Storia del Teatro e dello Spettacolo nel Dipartimento di Musica e Spettacolo nonchè di Semiologia dello Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna (DMS). 


luglio 2016