Carlo Bordoni

Il protagonismo del pubblico

Il copioso e continuo invio di manoscritti alle case editrici dimostra quanto sia forte in letteratura, come nella fruizione di altre forme culturali, il protagonismo del pubblico. Come ho scritto in Romanzo di consumo i testi che vengono inviati agli editori sono sempre più numerosi, perché tutti vogliono scrivere e diventare scrittori. Ma dove ha avuto inizio il protagonismo del pubblico? L’inizio nasce con la scolarizzazione di massa, perché nel momento in cui tu introduci la scolarizzazione obbligatoria chiaramente tutti possono accedere alla lettura ma possono accedere anche alla scrittura. Ora dall’accesso alla scrittura al pensiero di poter diventare anche autore bisogna fare riferimento ad un altro libro che ho scritto, Il paradosso di Icaro, dove si parla della Ubris cioè della pretesa e della tracotanza che ogni persona coltiva in sé cioè dell’idea di poter fare in più rispetto a quello che pensava di essere, cioè di uscire e superare i propri limiti che è una cosa umana cioè non è una colpevolizzazione. Io ho cercato di dimostrare che il progresso umano nasce dalla possibilità di andare oltre i limiti che ci sono stati imposti dalla natura. Certe volte sbagliando, prendendo direzioni come quella di Icaro che cerca di volare con le ali di cera e non si accorge che si possono sciogliere, ma nella maggior parte dei casi, nell’insieme della storia dell’umano, noi siamo andati avanti proprio perché abbiamo pensato con la nostra tracotanza, con la nostra incapacità di fermarci di fronte agli ostacoli, di andare oltre e di pensare a qualcosa di nuovo. Perché faccio questa considerazione per il publico? perché il pubblico segue più o meno questo principio. Cioè l’idea di dire perché non posso scrivere anch’io, perché non posso diventare artista anch’io. Questo che fa una cosa del genere soprattutto nell’arte contemporanea, dove sembra che le cose siano facili e non serva una grande tecnica, perché non posso farlo anch’io? perché non posso prendere un gabinetto ed esporlo, così come ha fatto Duchamp, è facilissimo, prendo lo metto lì lo contestualizzo, l’importante sarebbe appunto trovare la contestualizzazione giusta, ed è l’arte concettuale. L’arte concettuale è stata la grande scoperta del Novecento perché ha introdotto la comunicazione, il messaggio originale. Il messaggio e il concetto comunicativo diventa estremamente importante, cioè è più importante la notizia e l’informazione che non l’oggetto vero e proprio. Qui potremmo parlare di Heidegger, perché è una cosa che è molto interessante come vedeva H l’idea dell’arte, molto moderna, cioè noi ce l’abbiamo un po’ a morte con Heidegger per le sue idee politiche e in effetti non è stato molto carino nei suoi pensieri, tanto per essere eufemistici, ma in realtà lui aveva colto delle cose essenziali. Innanzitutto noi dobbiamo ricordare la sua provenienza perché se non capiamo da dove viene il pensiero di Heidegger non capiamo niente. Lui viene da Kant quindi la sua idea di fondo e quella dell’autonomia dell’arte, cioè l’arte è una cosa per pochi, una cosa chiusa che non comunica. In realtà poi lui cosa dice? lui dice una cosa molto interessante e dice che la cosa principale dell’opera d’arte è il momento in cui l’artista crea. Quello è il momento fondamentale, non c’è né un prima né un dopo che sono importanti. Qui si pone un problema molto forte nei confronti del tempo, infatti lui non considerava la storia, guardava l’evento, e questo è l’evento creativo, e l'evento creativo è l’arte, il momento in cui il pittore, lo scultore o un altro tipo di artista crea l’opera. In quel momento lì c’è l’opera d’arte, dopo di che c’è un distacco, l’artista non è più importante, non dice più nulla, se ne esce dalla scena, diventa una persona normale, ma rimane quello che lui ha creato. Quindi se l’opera d’arte si realizza e si estrinseca nello stesso momento in cui viene creata e quindi nel processo creativo, ecco che ci spiega Heidegger la performance, noi non potremmo comprendere la performance se non andassimo a leggere Heidegger. Ci ha spiegato queste cose qui, molte cose dell’arte concettuale vengono fuori da questi filosofi che sono più legati a Kant che non a Hegel, più alla singolarità di un individuo che oggi va molto di moda che non alla socializzazione dell’opera d’arte che è passata un po’ in secondo piano. Questo protagonismo del pubblico tutti vogliono scrivere, tutti vogliono fotografare, siamo tutti artisti, fa si che ognuno costruisca un percorso pseudoculturale autodidattico, e questo secondo me è pericoloso ed ha sempre a che fare con l’eteronomia dell’arte e quindi di tutta la cultura, cioè l’idea di dover portare per forza la conoscenza a tutti, quindi abbassare il livello. Ora se noi teniamo conto di questo ingresso così fortissimo dell’individuo ai livelli di produzione e di espressione, ci rendiamo conto che stiamo andando sempre più verso una società dell’incompetenza. Lo abbiamo tutti i giorni di fronte questo effetto. Cioè le persone credono di avere il diritto di esprimersi su qualsiasi argomento pur non avendo alcuna conoscenza in merito entrando in conflitto con pareri scientifici autorevoli senza avere la competenza e creando una pericolosa disinformazione e questo succede soprattutto in una società di rete come la nostra.

Carlo Bordoni è sociologo dei processi culturali, ha insegnato all’Università degli studi di Firenze, all’Orientale e alla Federico II di Napoli, allo IULM di Milano e all’Accademia di Belle Arti di Carrara, di cui è stato direttore dal 1990 al 2003. Collabora con il Corriere della Sera e le riviste Charta e Prometeo, di cui fa parte del comitato scientifico. Dirige la rivista IF di letteratura fantascientifica (Odoya). Ha redatto la voce "Il romanzo di consumo" per l’Enciclopedia Treccani XXI secolo (2009). Tra i suoi libri ricordiamo: Stato di crisi, con Zygmunt Bauman (Einaudi, 2015), Stato di paura (Castelvecchi, 2016), Fine del mondo liquido (Il Saggiatore, 2017), Il paradosso di Icaro (Il Saggiatore, 2018). Ha curato i volumi, Immaginare il futuro (Mimesis, 2016), Guida al Grottesco, con Alessandro Scarsella (Odoya, 2017), Il declino dell’Occidente revisited (Mimesis, 2018).